Per la prima volta pubblico qui a uno scritto che nulla ha a che vedere, perlomeno direttamente, con la musica. Sollecitato dai recenti risultati elettorali, da una situazione personale e familiare, delicatissima, faticosa, a volte amara. E' un apologo di Italo Calvino datato 1980 per la segnalazione del quale ringrazio una insegnate, categoria quantomai bistrattata in questo strapazzato paese [trovate sue considerazioni qui http://scienzeumanegiudici.wordpress.com.].
Associo a questo scritto dell'amato Calvino (Se di notte un inverno un viaggiatore e Le Citta Invisibili sopra gli altri) una bella immagine dell'amata Matana Roberts. Grande musicista, grande compositrice, grande intellettuale afroamericana che con la sua musica incorrotta, di grande intensità, profondità e lucidità ci obbliga ancora una volta a guardare, a pensare, a cercare di non accettare supinamente quanto ci viene proposto quotidianamente. Mi obbliga anche ad una riflessione, anch'essa amara, sulla condizione difficile di tanti musicisti, nostrani e non, che ancora spiriti liberi, incorrotti e critici lottano quotidianamente contro l'omologazione culturale e l'accademia diffusa.
A tutti loro un grazie di cuore.
LYM (Andrea Gaggero)
Italo Calvino, Apologo sul'onestà
Associo a questo scritto dell'amato Calvino (Se di notte un inverno un viaggiatore e Le Citta Invisibili sopra gli altri) una bella immagine dell'amata Matana Roberts. Grande musicista, grande compositrice, grande intellettuale afroamericana che con la sua musica incorrotta, di grande intensità, profondità e lucidità ci obbliga ancora una volta a guardare, a pensare, a cercare di non accettare supinamente quanto ci viene proposto quotidianamente. Mi obbliga anche ad una riflessione, anch'essa amara, sulla condizione difficile di tanti musicisti, nostrani e non, che ancora spiriti liberi, incorrotti e critici lottano quotidianamente contro l'omologazione culturale e l'accademia diffusa.
A tutti loro un grazie di cuore.
LYM (Andrea Gaggero)
Italo Calvino, Apologo sul'onestà
In "Repubblica" del 15 marzo 1980 [ora in Romanzi e racconti, vol. 3, Arnoldo Mondadori Editore]
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Matana Roberts: una delle più interessanti musiciste afromericane degli ultimi anni |
Nel finanziarsi per via illecita, ogni
centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la
propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era
lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio
potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una
superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a
favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano
di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili
prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la
morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di
illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si
trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente
collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto
individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza
ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma
benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche
un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni
attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o
illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese
nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a
rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto
pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a
integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività
che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita.
La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire
di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza
d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello
stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose),
atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori
pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione
sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della
cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente
esentate da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si
aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando
piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone
che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi
impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la
soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si
trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un
altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi
fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle
battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per
legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea
che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come
tutti gli altri. Naturalmente una tale situazione era propizia anche per
le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di
persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più
modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento
d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il
flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano
in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano
terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi
di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato
stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di
cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa
globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di
rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone
la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover
cambiare in nulla. Così tutte le forme d’illecito, da quelle più
sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una
sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone
potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio
morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto
dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse
stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si
sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano costoro onesti non per qualche
speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né
patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano
onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso.
Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che
stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la
loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che
collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione
propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che
si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi
sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto
fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi,
predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente
l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo
trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel
potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in
altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più
nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il
peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No,
la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le
società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di
malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una
controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la
società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e
affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati,
e per questo aveva dato di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine
libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe
riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente,
senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi
dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per
significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di
qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato
ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.
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